mercoledì 31 luglio 2013

Avezzano nuoce gravemente al verde pubblico

E dopo il taglio dell’albero in Piazza Risorgimento per far posto al busto in pietra e metallo di Camillo Corradini ecco che ad Avezzano si continua a nuocere gravemente al verde pubblico. 


Stavolta si tratta di realizzare due progetti e per farlo hanno tagliato di netto 20 alberi di Robinia.  Un progetto prevede la realizzazione della rotatoria di Piazza Orlandini, l'altro quello della sistemazione del sagrato e dintorni della Parrocchia SS. Trinità su Via Garibaldi, vicino all'incrocio con Via Colonna. Non solo hanno ben pensato di tagliare gli alberi, ma persino di ridurre  di un  metro e mezzo la larghezza dei marciapiedi per far posto ad altri parcheggi per le auto! Così funziona nella metropoli Marsicana: lì dove esistono parcheggi auto, questi vengono occupati da brutti e fastidiose gabbie di vetro e metallo dove gli avezzanesi sostano per un aperitivo e lì dove ci sono alberi e verde urbano mettono i parcheggi!
E pensare che nel 2011 proprio questa città ospitò presso il Castello Orsini un convegno in cui l'urbanista Georg Josef Frish, sottolineava che per migliorare la qualità della nostra città bisogna ridurre lo spazio alle auto! Si predica bene ad Avezzano ma si razzola davvero molto male.

Premesso che si sta violando una legge regionale che tutela gli alberi inseriti nel paesaggio urbano disciplinandone l’eventuale taglio, ci si chiede se a quest’opera non si possano valutare soluzioni alternative e più decorose. Tanto per fare un esempio: ciò che la gran parte degli avezzanesi ignora è che in fondo a Via Garibaldi c’è l'Aia dei Musei che ospita il Museo lapidario, famoso in tutto il mondo tra gli studiosi grazie ai pezzi unici e di valore inestimabile qui conservati. Se Avezzano fosse stata una città all’avanguardia amministrata in modo etico, consapevole, socialmente ed economicamente utile  oggi in Via Garibaldi avremmo visto operai impegnati nella costruzione di una pista ciclabile o nella manutenzione dei marciapiedi, valorizzandoli  e, ove necessario, ampliandoli, consentendo così alle scolaresche, alle famiglie o ai gruppi di amici di poter raggiungere il museo a piedi, in bicicletta, in tutta sicurezza e accompagnati dalla bellezza e dall’armonia del verde urbano. Modello virtuoso di mobilità e architettura urbana sostenibile dal quale ahinoi questa città è davvero troppo lontana.

E se proprio si voleva intervenire sui marciapiedi, allora perché non riparare quelli situati sempre su Via Garibaldi dopo l'incrocio con via sant'Andrea? Questi sono completamente frantumati e pericolosi per la sicurezza dei pedoni! E la situazione è simile anche in altre parti della città.E’ inaccettabile che una rotatoria o la risistemazione del sagrato di una chiesa diventino il pretesto per eliminare alberi e ridurre marciapiedi. Ancora una volta si interviene sull’aspetto urbanistico di questa città senza fare un vero salto di qualità in avanti!

La strage degli innocenti

Un intervento tanto dissennato non si vedeva dai tempi della Giunta Spallone, che dispose la riduzione dei marciapiedi e l’abbattimento di magnifiche alberature urbane.

Scellerata è l' operazione di taglio ed espianto di decine di imponenti alberi di robinia (Robinia pseudoacacia) che l’Amministrazione comunale di Avezzano ha già eseguito in Piazza Orlandini, e sta proseguendo in Via Garibaldi  a fianco della Chiesa della SS. Trinità.

Si tratta di un fatto gravissimo e illegale: ci chiediamo chi abbia potuto disporre un intervento così assurdo che oltre a contrastare con le regole della tutela ambientale, del decoro e dell’arredo urbano, contrasta palesemente con l’art. 6 della legge regionale Abruzzo n. 12 del 28 maggio 2013 e con l’art. 9 della legge regionale Abruzzo  n. 38 del 1982”.

Entrambe le norme, infatti, impongo limiti all’abbattimento, all’estirpazione e al danneggiamento di “alberi monumentali, dei filari e delle alberate di particolare pregio paesaggistico, naturalistico, monumentale, storico e culturale”.

Ricordiamo ancora una volta che la città di Avezzano ha aderito ad Agenda 21 a alla Carta di Aalborg: entrambi i documenti rappresentano un ampio programma di pianificazione e azione volto alla creazione di un modello urbano sostenibile, con particolare attenzione al verde pubblico fondamentale nello svolgere funzioni sociali, ricreative, igieniche, culturali, estetiche ed architettoniche.

Per quanto riguarda la questione “verde urbano” è triste dover constatare che le decisioni dell’amministrazione comunale continuano non solo ad essere in contrasto con le Norme ed i principi di sostenibilità, ma che le dichiarazioni contenute nel programma elettorale (attenzione al decoro urbano, alla tutela dell’ambiente e dei pedoni) sono rimaste tali, senza alcun seguito concreto.
Si prosegue in politiche scellerate che da decenni rendono la nostra città sempre più degradata sia dal punto di vista estetico che ambientale. 

Invitiamo i cittadini ad inviare email di protesta al Comune di Avezzano:  Indirizzo email

giovedì 4 luglio 2013

Bussi: il Governo azzera la bonifica

Colpo di spugna sulla bonifica a Bussi? Con il “Decreto del Fare” la salute dei cittadini subordinata al profitto delle aziende. Nel provvedimento anche una nuova spinta a favore della Centrale Powercrop ad Avezzano. Il WWF:" inaccettabile, i parlamentari abruzzesi assicurino l'impegno per cambiare le norme in sede di conversione in legge"


Il WWF lancia un appello ai parlamentari eletti nella regione affinché si mobilitino nei prossimi giorni per tutelare la salute e l'ambiente degli abruzzesi cambiando due norme letteralmente dirompenti contenute nel cosiddetto “Decreto del Fare” che ora è all'esame del Parlamento per la conversione in legge.  Infatti, il testo voluto dal Governo può portare ad effetti gravissimi sulla questione della bonifica del sito di Bussi (nonché di tutti i siti inquinati presenti nella regione, come il Saline-Alento e l'area industriale di Chieti) e sulla vicenda della Centrale Powercrop ad Avezzano.

La prima norma, contenuta nell'art.41, riguarda le bonifiche dei siti inquinati. Addirittura, anche in caso di conclamato impatto sulla salute dei cittadini (invitiamo a leggere l'incredibile formulazione del testo!), si subordina la rimozione delle cause che hanno portato all'inquinamento delle falde acquifere alle esigenze economiche delle aziende coinvolte. Sostanzialmente, in caso di “insostenibilità economica” (il decreto non precisa neanche in che termini, basterà un'autocertificazione?), invece di rimuovere terreni inquinati e rifiuti sotterrati si potrà agire solo sugli effetti e, cioè, limitarsi a trattare le acque inquinate, senza limiti di tempo. Si interviene, quindi, sui sintomi e non sulla cura della malattia. A peggiorare, se possibile, il quadro, il decreto indica che il trattamento delle acque deve assicurare solo una “attenuazione” e “riduzione” del livello degli inquinanti che fuoriescono dal sito inquinato attraverso le acque, senza precisare valori. Pertanto se si passa da valori 1000 volte superiori ai limiti a “solo” 500 volte le soglie, un'azienda potrebbe dire di aver rispettato il dettato del Decreto? Il tutto per sostanze cancerogene e tossiche con impatto devastante e, in alcuni casi, permanente, sull'ambiente e sulla salute della popolazione. 
Il caso di Bussi potrebbe essere paradigmatico per l'applicazione di queste incredibili norme che mettono alla mercé del profitto il diritto alla salute, visto che la vera bonifica potrebbe essere  rimandata sine die facendo permanere per i prossimi decenni il solo trattamento delle acque a valle dell'area inquinata. 

La seconda norma, contenuta nell'Art.9, a prima vista appare sacrosanta, visto che si applica ai casi di mancata spesa dei fondi comunitari, arrivando a commissariare le realtà che presentano ritardi. In realtà, il provvedimento di commissariamento può arrivare non solo per superare “inadempienze” ma anche per scavalcare non meglio precisate “criticità” facilitando l'iter amministrativo. La Regione sarebbe solo “sentita” prima del Commissariamento. 
Nel caso della mega-centrale a biomasse Powercrop, su cui il consiglio regionale ha espresso un chiaro dissenso, è facile prevedere la riproposizione di un commissario, dopo che quello nominato recentemente è decaduto a seguito della dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale di una norma voluta dal Governo Monti nel 2012 delle stesso tenore di quella rientrata ora dalla finestra nel cosiddetto “Decreto del Fare”.

Qui sotto il testo dei due articoli citati del Decreto.

ARTICOLO 41.
(Disposizioni in materia ambientale).

1. L’articolo 243 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:

« ART. 243. (Gestione delle acque sotterranee emunte) 1. Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione conformi alle finalità generali e agli obiettivi di tutela, conservazione e risparmio delle risorse idriche stabiliti dalla parte terza.

2. Gli interventi di conterminazione fisica o idraulica con emungimento e trattamento delle acque di falda contaminate sono ammessi solo nei casi in cui non è altrimenti possibile eliminare, prevenire o ridurre a livelli accettabili il rischio sanitario associato alla circolazione e alla diffusione delle stesse. Nel rispetto dei princìpi di risparmio idrico di cui al comma 1, in tali evenienze deve essere valutata la possibilità tecnica di utilizzazione delle acque emunte nei cicli produttivi in esercizio nel sito stesso o ai fini di cui al comma 6.

3. Ove non si proceda ai sensi dei commi 1 e 2, l’immissione di acque emunte in corpi idrici superficiali o in fognatura deve avvenire previo trattamento depurativo da effettuare presso un apposito impianto di trattamento delle acque di falda o presso gli impianti di trattamento delle acque reflue industriali esistenti e in esercizio in loco, che risultino tecnicamente idonei.

4. Le acque emunte convogliate tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il punto di prelievo di tali acque con il punto di immissione delle stesse, previo trattamento di depurazione, in corpo ricettore, sono assimilate alle acque reflue industriali che provengono da uno scarico e come tali soggette al regime di cui alla parte terza.

5. In deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 104, ai soli fini della bonifica delle acque sotterranee, è ammessa la reimmissione, previo trattamento, delle acque sotterranee nello stesso acquifero da cui sono emunte. Il progetto previsto all’articolo 242 deve indicare la tipologia di trattamento, le caratteristiche quali-quantitative delle acque reimmesse, le modalità di reimmissione e le misure di messa in sicurezza della porzione di acquifero interessato dal sistema di estrazione e reimmissione. Le acque emunte possono essere reimmesse, anche mediante reiterati cicli di emungimento e reim missione, nel medesimo acquifero ai soli fini della bonifica dello stesso, previo
trattamento in un impianto idoneo che ne riduca in modo effettivo la contaminazione, e non devono contenere altre acque di scarico né altre sostanze.

6. In ogni caso le attività di cui ai commi 2, 3, 4 e 5 devono garantire un’effettiva riduzione dei carichi inquinanti immessi nel l’ambiente; a tal fine i valori limite di emissione degli scarichi degli impianti di trattamento delle acque di falda contaminate emunte sono determinati in massa.».


ARTICOLO 9.
(Accelerazione nell’utilizzazione dei fondi strutturali europei).

2. Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’ordinamento dell’Unione europea per i casi di mancata attuazione dei programmi e dei progetti cofinanziati con fondi strutturali europei e di sottoutilizzazione dei relativi finanziamenti, relativamente alla programmazione 2007-2013, lo Stato, o la Regione, ove accertino ritardi ingiustificati nell’adozione di atti di competenza degli enti territoriali, possono intervenire in via di sussidiarietà, sostituendosi all’ente inadempiente secondo quanto disposto dai commi 3 e 4 del presente articolo.

3. Le amministrazioni competenti all’utilizzazione dei diversi fondi strutturali, nei casi in cui riscontrino criticità nelle procedure di attuazione dei programmi, dei progetti e degli interventi di cui al comma 2, riguardanti la programmazione 2007-2013, convocano una Conferenza di servizi al fine di individuare le inadempienze e accertarne le eventuali cause, rimuovendo, ove possibile, gli ostacoli
verificatisi.

4. Ove non sia stato possibile superare le eventuali inadempienze nel corso della Conferenza di servizi di cui al comma 3, le amministrazioni, per la parte relativa alla propria competenza, comunicano all’ente territoriale inadempiente i motivi di ritardo nell’attuazione dei programmi, progetti e interventi di cui al comma 2 e indicano quali iniziative ed atti da adottare. In caso di ulteriore mancato adempimento, entro il termine di 30 giorni dalla comunicazione, l’amministrazione dello Stato, sentite le Regioni interessate, adotta le iniziative necessarie al superamento delle criticità riscontrate, eventualmente sostituendosi all’ente inadempiente attraverso la nomina di uno o più commissari ad acta.


mercoledì 26 giugno 2013

Dossier: lo stato dei fiumi in Abruzzo


 L'Unione Europea ha stabilito con la Direttiva 60/2000/CE “Acque” che entro il 2015 tutti i fiumi devono raggiungere lo stato ambientale definito “buono”. Entro il 2008 dovevano raggiungere almeno lo stato “sufficiente” e comunque non peggiorare il proprio stato di qualità.

Dal 2004 l'ARTA misura i parametri chimico-fisici e microbiologici delle acque  attraverso una rete di monitoraggio composta di oltre 100 stazioni di campionamento lungo i fiumi abruzzesi e ha pubblicato sul proprio sito internet una classificazione dei nostri fiumi nelle 5 classi previste dal D.Lgs. 152/2006 per il 2011. 
 
Ebbene, nel 2011 l'Abruzzo non solo non coglie l'obiettivo già fissato per il 2008, con oltre il 35% dei punti di campionamento al di sotto della classe “sufficiente” (quindi pessimo o scadente) ma vede aumentare i modo vertiginoso i casi classificati nella categoria peggiore sulle 5 possibili. Infatti, ben il 10% (12 su 118) delle stazioni monitorate nel 2011 è risultato nella classe “pessimo” come indicato in figura. Nel 2009 erano 3 e nel 2008 solo 1.

Non solo è preoccupante che due dei grandi fiumi Abruzzesi come il Sangro e l'Aterno-Pescara sono fortemente a rischio con uno stato della qualità definito "scadente", ma  ancora più preoccupante è che dall'indagine condotta nel 2011 emerge lo scadimento della qualità delle acque nelle aree protette e nei siti della Rete Natura 2000 (SIC, Siti di Interesse Comunitario e ZPS, Zone di Protezione Speciale). Tali territori dovrebbero esprimere la massima naturalità ed essere strettamente preservati in considerazione degli elevatissimi valori ambientali.

Per approfondire Scarica il DOSSIER.

martedì 25 giugno 2013

Caccia: bocciata la Regione Abruzzo

Bocciata la Legge regionale e il comportamento di Giunta Regionale e Dirigente della Direzione Agricoltura. Uno-due decisivo grazie ai ricorsi di WWF, Animalisti Italiani e altre associazioni, migliaia di animali uccisi in maniera palesemente illegittima.


La Corte Costituzionale e il TAR Abruzzo depositano, rispettivamente, giovedì 20 giugno e venerdì 21 giugno 2013, due diverse sentenze (scarica testo in pdf) destinate a rivoluzionare l'attività venatoria nella regione. Tutto nasce dai ricorsi presentati da WWF, Animalisti Italiani e altre associazioni che hanno affidato all'Avv. Michele Pezone il compito di ricorrere sui calendari venatori 2009-2010 e 2010-2011 della regione Abruzzo, evidenziando fortissime criticità e illogicità nelle scelte filo-venatorie. Nel ricorso sul calendario 2010-2011 si contestava, tra l'altro, anche l'incostituzionalità della norma contenuta nella legge Regionale 10/2004 che riammetteva il cosiddetto “nomadismo venatorio”, perimetrando un Comparto Unico regionale sulla Migratoria e rendendo così possibile lo spostamento dei cacciatori da una parte all'altra dell'Abruzzo. 

Il TAR L'Aquila, giudicando non manifestamente infondata l'eccezione di costituzionalità, aveva quindi sollevato il caso davanti alla Corte Costituzionale. Quest'ultima con una sentenza di cristallina chiarezza ha sancito che la Legge Regionale 10/2004 ha violato le normative nazionali che regolamentano il prelievo venatorio. La Corte ricorda nella sentenza che uno dei capisaldi della legge nazionale sulla Caccia, la 157/92 è il legame tra cacciatori e territorio attraverso la perimetrazione di ambiti di caccia di carattere sub-provinciale. Invece la Regione Abruzzo aveva concesso ai cacciatori per diversi mesi all'anno di potersi spostare da un capo all'altro della regione, definita, come detto, “comparto unico per la migratoria”. Il TAR di L'Aquila, invece, ha depositato la sentenza relativa ad un ricorso presentato da Aninalisti Italiani e L.A.C. sul calendario venatorio 2009-2010, dopo aver accolto allora la richiesta di sospensiva. Nonostante il tempo trascorso il TAR ha ritenuto opportuno entrare comunque nel merito perché la Giunta Regionale deve riproporre ogni anno il calendario venatorio. Era dunque importante definire la causa per evitare il ripresentarsi degli stessi vizi in futuro. 

I giudici del tribunale amministrativo aquilano, con giudizi estremamente duri, hanno fatto crollare l'esile difesa regionale con commenti durissimi sull'operato della Giunta Regionale, che aveva varato un calendario venatorio che si distaccava dal parere dell'ISPRA ampliando i periodi di caccia per diverse specie. Tutto ciò nonostante gli uffici regionali fossero completamente privi dei necessari dati relativi all'abbondanza e alla distribuzione delle diverse specie in Abruzzo. Il TAR ha altresì censurato il comportamento del Dirigente della Direzione Agricoltura che si era sostituito alla Giunta nel riscrivere il calendario venatorio dopo l'accoglimento da parte dei giudici amministrativi della richiesta di sospensiva avanzata dalle associazioni.

WWF e Animalisti Italiani ringraziano l'Avv. Michele Pezone, il rappresentante delle associazioni in Consulta venatoria Regionale Augusto De Sanctis e i diversi attivisti che hanno contribuito a queste importantissime vittorie. Resta però il rammarico per il comportamento della Giunta Regionale e della Direzione Agricoltura che, nonostante i tempestivi appelli al buon senso e al rispetto delle leggi inviati dalle associazioni ambientaliste, hanno voluto difendere strenuamente una linea di estremismo venatorio che li ha portati ad una vera e propria Caporetto. Peccato per le decine di migliaia di animali che sono stati uccisi dal 2004 ad oggi a causa di una norma rivelatasi ora anticostituzionale, un attacco al patrimonio faunistico in piena regola che testimonia la totale insostenibilità del prelievo venatorio in Abruzzo. Auspichiamo un immediato cambio di rotta. 

INFO: 3683188739

giovedì 23 maggio 2013

I termovalorizzatori non esistono

Dal WWF un secco NO agli inceneritori! L’associazione ambientalista replica alle dichiarazioni del presidente Chiodi -Si usino le parole giuste: i “termovalorizzatori” non esistono. L’incenerimento provoca danni all’ambiente e alla salute dei cittadini, in particolare dei bambini, senza risolvere il problema. La strada vincente è ridurre i rifiuti alla fonte e incentivare riuso e riciclo.


Il presidente della Regione Gianni Chiodi è tornato a parlare nei giorni scorsi in un convegno a Teramo di “termovalorizzazione” dei rifiuti, rispolverando la normativa, varata dal centrosinistra e mai rinnegata dal centrodestra, che prevede la costruzione di tali impianti in Abruzzo quando la percentuale di raccolta differenziata superi stabilmente il 40%, evento che il presidente ritiene ormai imminente.

Il WWF Abruzzo precisa innanzitutto che il termine “termovalorizzatore”, seppure di uso comune, è del tutto fuorviante: «Si tratta – dichiara il presidente dell’associazione ambientalista Luciano Di Tizio - sempre e soltanto di inceneritori. Gli unici modi per “valorizzare” davvero un rifiuto sono il riuso e, in seconda battuta, il riciclo. L’incenerimento, anche nel caso sia prevista una qualche forma di recupero energetico, costituisce sempre e soltanto un semplice smaltimento. Il presidente Chiodi farebbe bene nei suoi interventi, per non trarre, di certo involontariamente, in inganno i cittadini, a pronunciare l’unico termine corretto, non a caso anche l’unico utilizzato nella normativa europea di riferimento, che è appunto “inceneritore”. Usare le parole giuste servirebbe a evitare confusione e far sapere agli abruzzesi che cosa davvero si sta progettando per il loro futuro».

Aggiungiamo inoltre che ad oggi, nonostante i progressi indubbiamente compiuti dalla tecnologia, non esiste un inceneritore sicuro: anche quelli dotati dei più moderni e sofisticati sistemi di filtraggio e di abbattimento delle emissioni riescono a trattenere solo una parte del particolato generato dalla combustione.

Non esistono ad esempio filtri o altri analoghi sistemi in grado di impedire la diffusione, col fumo di combustione, di micro e nano polveri (dal PM 2,5 al PM 0,01), in grado di accumularsi nell’organismo umano e pericolosissime per la salute. Brescia, dov’è attivo il più grande inceneritore d’Italia (quello che, grazie a un sapiente copyright, può utilizzare per sé in esclusiva il termine di “termoutilizzatore”), è la città nella quale si rilevano i livelli più alti di PM 10 e di PM 2,5 dell’intera Lombardia e tra i più alti in Europa. Una recentissima campagna dell’ISDE-Medici per la salute rivendica il diritto dei bambini a vivere in un ambiente non inquinato. Ci auguriamo che anche Chiodi, la sua giunta e l’intero Consiglio regionale siano d’accordo.

Gli inceneritori inoltre non aiutano la raccolta differenziata poiché per raggiungere il pareggio economico di gestione hanno bisogno di grandi quantità di combustibile. La Germania proprio per questo nella prima metà dello scorso decennio è diventata il più grande importatore mondiale di rifiuti prodotti all’estero: il solo traffico di quelli tossici è cresciuto tra il 2000 e il 2006 da 1 a 2,5 milioni di tonnellate/anno tant’è vero che attualmente, nonostante il presidente della Regione citi proprio quella nazione, in Germania la costruzione di inceneritori è stata abbandonata e si persegue la strada della riduzione alla fonte dei rifiuti (una politica sinora rimasta in Abruzzo nel limbo delle buone intenzione) del riuso e del riciclo per arrivare a una graduale riduzione/scomparsa dell’incenerimento. È ben noto del resto che tale pratica non risolve il problema anche perché le ceneri da combustione, che possono arrivare a circa il 30% del materiale bruciato, rappresentano rifiuti speciali destinati a discariche particolari, con notevoli costi per la collettività.

«In natura – conclude Luciano Di Tizio – non esiste neppure il concetto di rifiuto: tutto ciò che viene scartato viene assorbito dall'ambiente e rimesso in circolo. Dovremmo ispirarci proprio alla natura producendo esclusivamente o almeno prevalentemente oggetti e beni che, una volta concluso il loro ciclo vitale, possano rientrare in questo circolo virtuoso. In concreto la strada da perseguire anche a breve termine è non produrre né comprare beni inutili; allungare la vita degli oggetti attraverso le riparazioni e il riuso; riciclare i componenti delle cose non più utilizzabili. L’obiettivo dev’essere quello di deturpare meno possibile l’ambiente che ci circonda, certamente senza bruciare nulla e senza immettere nell’aria inquinanti cancerogeni».

venerdì 3 maggio 2013

Velino senza frontiere

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con  il Monte Velino e non solo.
 

Lo scorso anno le associazioni territoriali Ethnobrain e Wwf Marsica organizzarono insieme con l’Associazione di Roma Il cammino possibile  un corso per imparare a portare la Joelette, una speciale carrozzella che permette, anche a chi normalmente non può, di salire lungo i sentieri di montagna e godere così di paesaggi e luoghi che altrimenti non potrebbero incontrare. Il mese dopo i ragazzi delle tre associazioni sfidarono il Monte Velino, portando fino in vetta un amico con problemi motori importanti: non esiste l’impossibile se si cammina insieme condividendo gioie e difficoltà del cammino. Questo il messaggio che si è voluto comunicare.

La prima edizione di Velino Senza Barriere è stata un'esperienza indimenticabile per chi ha partecipato e ha fatto conoscere a molta gente l'esistenza della Joelette.  Il Monte Velino è una sfida impegnativa che vuole dimostrare come, con un gruppo di amici e buone motivazioni e grande volontà, si possono aggirare molte barriere - dichiara la dott.ssa Sara Stati, di Ethnobrain -Per questo motivo abbiamo deciso, con le Associazioni I GRIFONI di Forme, IL CAMMINO POSSIBILE di Roma e il WWF MARSICA, di organizzare nei giorni 8 e 9 giugno2013 la 2° EDIZIONE DI VELINO SENZA BARRIERE"

In previsione di questo evento è stato stilato un programma che permetterà, anche a chi non ha mai avuto a che fare con la joelette, di partecipare attivamente all'ascesa.
PROGRAMMA:
- 5 MAGGIO:
Corso per conduttori di joelette, tenuto da istruttori dell'Associazione "Il Cammino Possibile". La prenotazione è obbligatoria poichè a numero chiuso. Per info contattateci al 3471067619
- 12 MAGGIO
Escursione lungo la "Via Dei Marsi" con joelette al seguito.
- 19 MAGGIO
Escursione nella Riserva della Duchessa con joelette al seguito
- 8-9 GIUGNO
Seconda edizione di "Velino senza Barriere"
Info e contatti: segreteria@ethnobrain.com - cell. 3471067619